Serve una risposta. E, soprattutto, serve una città che abbia finalmente il coraggio di pretendere che lo sport non venga più trattato come un argomento di serie B.
C'è un punto, a Reggio Calabria, in cui lo sport sembra essersi fermato. Non per mancanza di ragazzi, di talento, di società o di passione. Si è fermato per mancanza di strutture.
È il Campo CONI.
Una struttura che dovrebbe essere un patrimonio della città e che, invece, da anni vive dentro una gigantesca parentesi fatta di attese, promesse, interrogativi e soprattutto di quel fastidioso scaricabarile che ormai accompagna ogni discussione sul suo futuro.
Nel frattempo, però, i ragazzi crescono. Gli atleti si allenano. Le società devono organizzarsi. E le risposte non possono aspettare i tempi della burocrazia.
Così, mentre il Campo CONI resta lì, sospeso tra ciò che era e ciò che dovrebbe tornare ad essere, l'atletica reggina è costretta a fare i bagagli, a spostarsi, a cercare spazi altrove. Ragazzi che vorrebbero semplicemente allenarsi nella propria città vengono mandati da una struttura all'altra, come se praticare sport fosse un privilegio e non un diritto, un servizio, una possibilità concreta di crescita.
E questo è forse l'aspetto più grave.
Perché dietro ogni pista inutilizzabile, ogni palestra insufficiente, ogni impianto che manca o non è adeguatamente disponibile, non c'è soltanto un problema tecnico.
C'è un ragazzo che rischia di smettere.
C'è una famiglia costretta a fare sacrifici ulteriori. C'è una società sportiva che deve pagare per trovare uno spazio. C'è un allenatore che deve incastrare orari impossibili. C'è un atleta che, magari, semplicemente si stanca.
E alla fine c'è una città che perde.
Il paradosso di una città che parla di sport senza avere lo spazio per praticarloReggio Calabria avrebbe tutte le caratteristiche per fare dello sport uno dei propri punti di forza.
Mare, clima, tradizione, associazioni, giovani, entusiasmo.
Eppure, sul piano delle strutture, troppo spesso sembra il contrario.
Le poche realtà funzionanti vengono sovraccaricate. Le società fanno i salti mortali per trovare spazi. I costi aumentano. Gli impianti disponibili diventano merce rara e centinaia di ragazzi che praticano discipline diverse sono costretti a contendersi ciò che rimane.
Il risultato è un'assurdità: le società sportive pagano profumatamente per poter fare ciò che una città dovrebbe essere orgogliosa di garantire ai propri ragazzi.
E allora viene spontaneo chiedersi: quanto costa, davvero, non investire nello sport?
Non soltanto in euro.
Quanto costa un ragazzo che abbandona l'atletica perché non ha più un posto dove allenarsi? Quanto costa una società che rinuncia a un progetto giovanile? Quanto costa una generazione che cresce con sempre meno occasioni per praticare sport?
Forse il conto non arriva oggi.
Ma arriverà domani.
Il Campo CONI potrebbe essere un fiore all'occhiello. Invece è diventato un punto interrogativoImmaginiamo, per un momento, cosa potrebbe essere il Campo CONI se fosse pienamente restituito alla città.
Una struttura viva dalla mattina alla sera.
Le scuole che la utilizzano per le giornate sportive. Le classi che scoprono l'atletica. I ragazzi che si sfidano, corrono, saltano, imparano a stare insieme attraverso lo sport.
Le gare.
Le manifestazioni.
Le società.
Gli allenamenti.
Le famiglie sugli spalti.
Una pista piena di ragazzi invece che di interrogativi.
Un luogo in cui una bambina possa scoprire di essere veloce. Un ragazzino possa innamorarsi del salto in lungo. Un adolescente possa trovare nello sport una disciplina, un gruppo, un obiettivo.
Non è fantascienza.
È esattamente ciò che dovrebbe fare una struttura sportiva pubblica.
Ed è proprio per questo che lascia ancora più amarezza vedere quanto tempo sia passato senza una soluzione definitiva.
E mentre si inaugura la scuola parlando di sport...C'è poi un paradosso che merita di essere sottolineato.
A Reggio Calabria si può persino inaugurare una nuova stagione scolastica all'insegna dello sport, dentro uno dei luoghi simbolo della città, lo stadio Granillo.
Un'immagine bella. Una dichiarazione importante. Un messaggio condivisibile.
Ma proprio perché si parla di sport, viene spontaneo guardare oltre la cerimonia.
Perché lo sport non può essere soltanto una parola da pronunciare durante un'inaugurazione.
Lo sport è una pista. È una palestra. È un campo. È un impianto aperto. È un allenamento alle sette del pomeriggio. È una gara di domenica mattina. È una scuola che può portare i propri ragazzi a fare attività.
Altrimenti rischiamo di celebrare lo sport mentre, nella quotidianità, non gli diamo gli strumenti per esistere.
E il problema non è il Granillo. Il problema è il contrasto.
Da una parte si parla di quanto lo sport sia importante per i giovani.
Dall'altra, quei giovani spesso devono andare altrove per praticarlo.
Non è caccia al colpevole. È caccia alle responsabilitàQuesto non vuole essere un articolo contro qualcuno.
Anzi, sarebbe troppo facile ridurre tutto alla ricerca del nome del responsabile di turno.
Il problema è più grande.
La responsabilità, in queste vicende, è spesso collettiva.
È di chi amministra, certo. È di chi ha amministrato prima. È di chi deve progettare, finanziare, autorizzare, eseguire. È di chi deve controllare. Ma è anche di una città che troppo spesso assiste a queste situazioni senza pretendere con sufficiente forza una risposta.
Per anni si è parlato del Campo CONI.
Ma chi ha davvero preso il punto della situazione?
Chi ha messo tutti intorno a un tavolo?
Chi ha sbattuto i pugni?
Chi ha detto che non si può continuare a mandare ragazzi da una parte all'altra?
Chi ha spiegato pubblicamente, con una data, un cronoprogramma e responsabilità precise, quando Reggio Calabria riavrà il suo Campo CONI?
Perché è questo che i cittadini dovrebbero pretendere.
Non promesse.
Non annunci.
Non comunicati.
Risposte.
Perché il rischio vero è che lo sport diventi un lussoC'è una cosa che non possiamo permetterci di dimenticare: lo sport non è soltanto agonismo.
È prevenzione.
È educazione.
È socialità.
È disciplina.
È salute.
È inclusione.
È un'alternativa concreta a una strada che può diventare molto più pericolosa.
E quando una città rende complicato fare sport, non sta semplicemente creando un disagio alle società sportive.
Sta togliendo opportunità ai propri ragazzi.
E Reggio Calabria, oggi, corre il rischio di farlo.
Il rischio più grande non è soltanto avere un Campo CONI chiuso, incompleto o inutilizzabile.
Il rischio è abituarsi a non averlo.
Abituarsi alle palestre insufficienti. Abituarsi agli spostamenti. Abituarsi alle società che fanno i salti mortali. Abituarsi ai genitori costretti a organizzare trasferte anche per un semplice allenamento. Abituarsi ai ragazzi che smettono.
Questa sarebbe la vera sconfitta.
Perché un impianto sportivo che non viene restituito alla propria comunità è un problema.
Ma una generazione che smette di chiedere spazi per fare sport è una tragedia.
Reggio non può odiare lo sport e poi chiedersi perché i ragazzi se ne vannoLa domanda finale è semplice, forse brutale, ma necessaria:
che città vogliamo essere?
Una città che inaugura l'anno scolastico parlando di sport, oppure una città che costruisce concretamente le condizioni perché quei ragazzi possano praticarlo?
Una città che celebra i propri atleti quando vincono, oppure una città che permette loro di allenarsi prima ancora di chiedergli di vincere?
Una città che si ricorda dello sport nelle occasioni ufficiali, oppure una città che considera gli impianti sportivi una priorità?
Perché non possiamo pretendere che i ragazzi amino lo sport se siamo noi, per primi, a renderglielo difficile.
E non possiamo stupirci se qualcuno, prima o poi, decide di cercare altrove quello che qui non trova.
Il Campo CONI non è soltanto una pista.
È una possibilità.
È un investimento sui giovani.
È un pezzo del futuro sportivo di Reggio Calabria.
E ogni anno che passa senza una soluzione è un anno in cui quella possibilità viene negata.
Non servono altri punti interrogativi.
Serve una risposta.
E, soprattutto, serve una città che abbia finalmente il coraggio di pretendere che lo sport non venga più trattato come un argomento di serie B.