Ricorre oggi l'anniversario della brutale uccisione del presidente della Democrazia Cristiana e del militante comunista di Cinisi
Ci sono date che non appartengono soltanto alla cronaca, ma alla coscienza collettiva di un Paese. Il 9 maggio è una di queste. Una giornata che l’Italia continua a osservare come si guarda una fotografia bruciata ai bordi: nitida al centro, inquieta nei dettagli. Perché il 9 maggio del 1978 il Paese perse, quasi nello stesso momento, due uomini lontanissimi per formazione, linguaggio e visione politica, ma sorprendentemente vicini nella sostanza morale: Aldo Moro e Peppino Impastato.
Il primo era il simbolo delle istituzioni repubblicane, il professore democristiano che tentava di costruire un equilibrio nuovo nella stagione più violenta della guerra fredda italiana. Il secondo era un militante anticonformista, una voce irriverente della Sicilia ribelle, capace di sfidare la mafia con il sarcasmo e la denuncia pubblica. Due mondi apparentemente inconciliabili. Eppure entrambi parlavano, in forme diverse, la lingua del bene comune e della giustizia.
La mattina del 9 maggio, in una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani, a Roma, venne ritrovato il corpo senza vita di Moro, assassinato dopo 55 giorni di prigionia nelle mani delle Brigate Rosse. Una scena che avrebbe segnato la storia repubblicana come poche altre immagini del Novecento italiano. Via Caetani non era un luogo casuale: situata simbolicamente a metà strada tra la sede della Democrazia Cristiana e quella del Partito Comunista, sembrò subito un macabro messaggio politico inciso nel cuore dello Stato.
Nello stesso giorno, a quasi mille chilometri di distanza, sui binari della ferrovia di Cinisi, in Sicilia, veniva trovato il corpo dilaniato di Peppino Impastato. In un primo momento si parlò di terrorismo, di attentato fallito, persino di suicidio. Una versione tanto comoda quanto falsa. Solo anni dopo la verità avrebbe trovato spazio nei tribunali: Impastato era stato ucciso dalla mafia perché con la sua radio, le sue inchieste e la sua ironia aveva osato rompere il muro dell’omertà.
Per decenni, attorno ai loro assassinii si sono moltiplicati interrogativi, depistaggi, omissioni, zone grigie. Sul caso Moro, ancora oggi, si inseguono domande irrisolte: quanto sapevano davvero gli apparati dello Stato? Chi lasciò che il leader democristiano morisse? E quali interessi internazionali si muovevano dietro la tragedia dei 55 giorni? La vicenda resta uno dei più grandi enigmi della Repubblica.
Anche la storia di Impastato fu avvelenata dalla manipolazione. La mafia tentò di cancellarne la memoria trasformando la vittima in colpevole. Per anni, pezzi delle istituzioni preferirono guardare altrove. E proprio questo rende oggi ancora più potente la sua figura: un uomo quasi solo che, armato soltanto della parola, riuscì a fare paura a un sistema criminale radicato e feroce.
Moro e Impastato non si sarebbero probabilmente mai trovati d’accordo su quasi nulla. Uno uomo delle istituzioni, l’altro contestatore radicale. Uno custode degli equilibri democratici, l’altro voce di rottura. Eppure, a guardarli oggi, sembrano appartenere alla stessa traiettoria morale: quella di chi considera la politica non esercizio del potere, ma responsabilità verso gli altri.
Forse è proprio questa la coincidenza più profonda del 9 maggio. Non la simultaneità delle morti, ma la simultaneità del messaggio. Entrambi, ciascuno nel proprio universo, avevano individuato il vero nodo italiano: il rapporto malato tra potere, paura e verità.
A 48 anni di distanza, il loro ricordo continua a interrogare il presente. In un tempo spesso dominato dalla superficialità del dibattito pubblico, Moro e Impastato tornano a ricordare che la democrazia non vive di slogan, ma di coraggio. E che la giustizia, quando è autentica, ha sempre un prezzo.
Il 9 maggio, Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo, non è soltanto una commemorazione. È uno specchio. E dentro quello specchio l’Italia, ancora oggi, continua a cercare se stessa.