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60 anni di Viola, nel 1966 la nascita del mito

Autore Redazione Web | ven, 14 ago 2026 19:15 | Viola 60-Anni

Il 14 agosto 1966 nasceva la Cestistica Piero Viola, dall’incontro tra il dolore del giudice Giuseppe Viola e la passione per il basket del fratello gemello Piero

di Giovanni Mafrici

L’eredità del cuore, il Mito della Cestistica Piero Viola compie sessant’anni, oggi 14 agosto del 1966 i Dirigenti Micali e De Carlo convinsero il Giudice Viola ad onorare cestisticamente il caro gemello Piero.
 
L’eco della notizia rimbombava ancora nella sua testa, svuotandola di ogni pensiero razionale. Piero, il suo gemello, il suo alter ego, se n’era andato.
 
Giuseppe si muoveva come un automa nel suo studio, travolto da una schiacciante assurdità. Lui e Piero erano opposti e complementari: Giuseppe, il magistrato dai gesti misurati, dalla vita ordinata e silenziosa; Piero, il cardiologo dal sorriso solare, che viveva con il fischietto al collo in palestra e il camice bianco in ospedale. Non sapeva nulla di basket, Giuseppe. Per lui, quel gioco fatto di rimbalzi e canestri era un mondo alieno, un linguaggio che suo fratello parlava con gli amici Enzo Micali e Odoardo De Carlo, con i quali aveva ondato una società dilettantistica AICS.
 
Fu in quello stato di torpore che un pomeriggio, il campanello suonò. Sulla soglia, con il volto segnato dal dolore ma con uno sguardo deciso, c’erano Enzo e Odoardo. Entrarono in punta di piedi, portando con sé un odore di campo e di sogni infranti.
 
“Giuseppe,” iniziò Enzo, la voce roca, “Piero era il cuore di questo progetto. La squadra… senza di lui, non so se riusciremo a farcela.”
 
Odoardo annuì, porgendogli una maglia. Era bianca, con un semplice numero stampato sul petto. “Lo facemmo per lui. Era la sua idea, la sua gioia. Ora, noi… non abbiamo la forza.”
 
Giuseppe prese la maglia tra le mani. Era leggera, ma per lui pesava come un macigno. Sentiva il peso della responsabilità, l’assurdità della richiesta che quei due uomini stavano per fargli, o forse che lui stesso stava per fare a se stesso. In quel silenzio, nel profondo del suo lutto, qualcosa scattò. Un’energia sconosciuta, uno scopo che non aveva mai provato. Non era una scelta razionale; era un’istinto primordiale, un bisogno disperato di tenere in vita qualcosa del fratello.
 
“No,” disse, con voce ferma, sorprendendo se stesso. “Non si molla. La squadra deve andare avanti. Lo farò io. Per Piero.”

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