La lectio della professoressa Lucangeli ha riportato il discorso al cuore dell'iniziativa
Una Piazza Castello gremita ha fatto da cornice, ieri sera, alla Lectio Magistralis «Errando... strada facendo», appuntamento conclusivo della prima parte del progetto nazionale «Scienza Servizievole in Cammino», guidato da Bepi Giorato e Martina Gottardo. Un incontro che ha trasformato l’arrivo a Reggio Calabria di un lungo cammino in un momento di riflessione sul rapporto tra errore, apprendimento ed educazione.
Al centro della serata il valore educativo dell’errore, non più da considerare come una semplice battuta d’arresto o come qualcosa da evitare, ma come una preziosa occasione per comprendere, correggere, imparare e sviluppare le proprie potenzialità. Un tema affrontato alla luce delle neuroscienze educative dalla professoressa Daniela Lucangeli, ordinaria all’Università di Padova e tra le principali esperte italiane di psicologia dello sviluppo e neuroscienze applicate all’educazione.
L’iniziativa è stata organizzata dal CNIS Reggio Calabria, in collaborazione con lo spin-off Minde4Children dell’Università di Padova, Scienza Servizievole in Cammino, Potenzia-Mente, Equilibri Pedagogici, gli istituti scolastici partner e con il coordinamento della FIDESP. A confrontarsi con la Lucangeli anche la dirigente scolastica Eva Nicolò e la psicologa Francesca Rotiroti, presidente del CNIS Reggio Calabria.
«La professoressa Lucangeli, questa è la terza edizione – ha spiegato Rotiroti – ogni anno, alla fine di una marcia che attraversa tutta l’Italia, vuole incontrare le comunità, in modo tale che possa condividere con la comunità stessa i temi per cui lei è molto sensibile. In qualche maniera la città ha risposto alla sensibilità della professoressa Lucangeli e noi abbiamo accolto il suo invito e siamo qui per questo».
A raccontare il significato del viaggio è stato Giuseppe “Bepi” Giorato, portabandiera di «Errando» e di «Scienza Servizievole in Cammino». Novantanove tappe, circa 2.000 chilometri percorsi interamente a piedi, da nord a sud, fino all'approdo finale a Reggio Calabria.
«Non mi porto a casa luoghi, non mi porto a casa spettacoli della natura – ha raccontato Giorato – mi porto a casa l'umano che ho incrociato in queste 99 tappe, l'accoglienza delle persone, la gente che vuole conoscere la Scienza Servizievole in Cammino e la scienza servizievole di Daniela Lucangeli».
È soprattutto l'incontro con le comunità ad aver segnato il cammino: «Le persone nei territori, nei piccoli paesi, nei villaggi, nelle grandi città, tutti si sono adoperati per far arrivare Errando 2026 qui a Reggio Calabria. Questa è la cosa più grande, il dono più grande che questo cammino mi ha fatto».
Un viaggio che, secondo Giorato, ha anche restituito un'immagine dell'Italia meno divisa di quanto si potrebbe pensare.
«Le persone che ho incontrato non sono diverse da nord a sud, sono tutte desiderose di un cambiamento – ha sottolineato – quello che la scienza servizievole di Daniela Lucangeli può in qualche maniera attuare».
Il filo rosso è dunque «il desiderio di cambiamento, il desiderio di innovare quello che può essere la scuola», insieme alla necessità di recuperare una dimensione autenticamente umana.
«L'umano deve essere sempre più connesso, ma non con i telefonini, ma connesso col cuore», ha affermato.
E sul futuro del progetto, Giorato non nasconde il desiderio di proseguire: «Io me lo auguro, non so se camminerà sulle mie gambe, ma sicuramente vorrei che questa esperienza continuasse nel tempo. È stata un'esperienza meravigliosa, è un progetto di tutti, non è un progetto di Bepi o chissà chi, è un progetto di tutta una comunità che chiamiamo in modo semplice il noi».
La lectio della professoressa Lucangeli ha riportato il discorso al cuore dell'iniziativa: che cosa significa davvero sbagliare e quale ruolo può avere l'errore nel processo educativo?
La risposta della neuroscienziata è netta: «Non solo può, ma dovrebbe esserlo già da sempre».
Lucangeli ha ricordato la frase di un bambino incontrato nel corso della sua esperienza: «Dai, dai, non ti preoccupare, che se sbagli non fa niente». Un'espressione semplice che racchiude, secondo la studiosa, una profonda verità educativa.
L'errore, infatti, può diventare un'indicazione preziosa per chi educa. È una sorta di “bandierina” che segnala dove il bambino ha bisogno di aiuto e quale strategia didattica può permettergli di superare la difficoltà. In questo processo entra in gioco anche la neuroplasticità, ovvero la capacità del cervello di modificarsi e riorganizzarsi attraverso l'esperienza e l'apprendimento.
«Il cervello non può non sbagliare – ha spiegato Lucangeli – è un meccanismo attraverso cui riorganizza le informazioni dentro le strutture neurali».
Da qui la necessità di cambiare prospettiva, soprattutto nella scuola. L'errore non dovrebbe essere letto innanzitutto come una colpa, né automaticamente come il segnale di una difficoltà patologica. Deve diventare, invece, un'informazione utile per comprendere dove intervenire con la competenza didattica.
È questa, secondo Lucangeli, una delle grandi sfide affidate oggi alla scuola: riconoscere nell'errore il punto da cui partire per accompagnare ciascun alunno verso la conoscenza e verso la piena espressione delle proprie capacità.
«Ogni errore indica non dove c'è una colpa o dove c'è una patologia, bensì dove c'è la necessità della competenza didattica che porta fuori da quell'errore», ha affermato.
Un cambio di paradigma che coinvolge insegnanti, genitori e più in generale l'intera comunità educante. L'obiettivo non è eliminare l'errore dal percorso di crescita, ma imparare a leggerlo, comprenderne le cause e utilizzarlo per costruire nuovi apprendimenti.
La serata di Piazza Castello ha così chiuso simbolicamente un viaggio lungo 99 tappe, ma ne ha aperto un altro: quello verso un'idea di educazione capace di considerare l'errore non come una sconfitta, bensì come parte integrante del percorso.
Perché, in fondo, “errando” si può continuare a camminare. E proprio strada facendo si può imparare a conoscere meglio se stessi, gli altri e il mondo.