Giustizia: "Quale riforma epocale?"

Autore dr.proc. Sandro Maria Velardi, Primo dirigente Procura Generale RC | sab, 11 apr 2026 01:44

E’ argomento di assoluta attualità il Progetto governativo che viene definito “riforma epocale della Giustizia” e che vede nella comunicazione mediatica su questo tema non poche ambiguità, secondo il mio avviso, naturalmente.
Infatti, io credo, che su questi problemi – annosi ed irrisolti – si dovrebbe procedere con più chiarezza e senza ambiguità. A mio modo di vedere è obiettivo il disagio con cui l’utente, il cittadino e il “Sistema Paese” si confrontano ogni giorno con le farraginosità e le inefficienze della c.d. macchina giudiziaria. Tuttavia è altrettanto obiettivo e di palmare evidenza che l’oggetto del Disegno di Legge Costituzionale non ha quale prospettiva la risoluzione sistemica e strutturale della Giustizia italiana. Anche ad una lettura disattenta e superficiale del testo del progetto appare strumentale il “rivoluzionamento” volto a stravolgere il sistema dei contrappesi fra i Poteri dello Stato voluto dai padri costituenti. Tra l’altro è in netta controtendenza rispetto al dibattito che si conduce in molti Paesi europei – non ultima la vicina Francia – dove viene ampiamente riscoperto il principio montesqueiano della separazione dei poteri (peraltro di origine francese) e dell’indipendenza della magistratura quale indice di civiltà di uno Stato e di garanzia per i cittadini. La storia repubblicana dell’Italia ha dimostrato – pur con le sue contraddizioni e con i drammi sociali da tutti vissuti e sofferti – come il rispetto dei ruoli fra l’Esecutivo, il Legislativo e il Giudiziario hanno consentito di superare anche momenti difficili per la democrazia: dagli “anni di piombo” alle lotte sociali, dal periodo delle stragi sino ai poteri deviati e ai rischi democratici.
Pure in tali drammatici contesti e dai conflitti dialettici, anche aspri, che ne sono derivati fra gli attori dei diversi poteri, non è mai emersa un’antitesi fra quelli che erano, sono e rimarranno i compiti propri di ciascuno: ovvero assicurare l’ordinato svolgimento della convivenza civile della Repubblica Italiana.
Anche nelle ultime ore, in maniera certamente non serena e non edificante nonostante quello che dovrebbe essere un contesto sacrale di un’Aula parlamentare, viene intrapresa una strada che, ancora una volta, nominalisticamente definita “Processo breve” (locuzione che – in astratto – non può non trovare consenso unanime) potrebbe provocare l’estinzione di innumerevoli procedimenti costituendo, di fatto, un’amnistia impropria e subdola nella forma. Non ho timore, quale cittadino, prima ancora che funzionario dello Stato, di affermare che tali provvedimenti vanno attentamente ponderati e condivisi. Anzi direi che una Riforma, tanto più se di rilevanza costituzionale, dovrebbe costituire anche senza il pregevole invito del Capo dello Stato, il più ampio possibile momento di concertazione e condivisione fra i rappresentanti del Popolo. Non è eticamente accettabile che si pensi di rivoluzionare i capisaldi delle fondamenta dello Stato senza coinvolgere l’intero arco parlamentare. Questi i miei dubbi, le mie perplessità, i miei timori – credo ampiamente condivisi da ampie fasce della magistratura, degli avvocati e dei semplici cittadini, ma mai sudditi, del nostro attuale sistema democratico.
Tuttavia occorre con altrettanta schiettezza dire in questo contesto, così come in qualunque altra sede di confronto, che appare non rinviabile - in un Paese moderno e inserito a pieno titolo nel contesto europeo – procedere ad un ripensamento e a una sinergica, strutturale, unitaria riorganizzazione di una macchina giudiziaria che fatica a fornire risposte rapide, efficaci e benefiche per la vita sociale ed economica della nazione. Non è solo la giustizia penale a costituire una priorità, persino in una terra martoriata come quella che, in questo momento, ci ospita. Infatti una giustizia civile lenta, farraginosa e slegata dai ritmi sociali ed economici oltre a costituire un senso di frustrazione nel cittadino comune, provoca gravi danni alle attività economiche e strumentali ed infine, come risulta da studi socio-economici ma anche dalla comune esperienza, risulta poco attrattiva agli investimenti stranieri. Il processo civile telematico da poco inaugurato, l’istituto della mediazione (pur con le polemiche e i dubbi di contorno) rappresentano un lodevole sforzo in tal senso. Ma i risultati attesi saranno, a mio parere, certamente inferiori a quelli programmati se non si ha ben chiaro che non si può procedere in un campo così vasto e complesso con “manovre” che pur se costose e progettate con professionalità appaiono slegate da un disegno complessivo che abbia un carattere strategico e un orizzonte panoramico che abbracci l’intero Sistema Giustizia e, direi di più, in chiave non solo europea ma globale.
Non è pensabile poter fare ciò senza grandi investimenti sia in termini economici che culturali, sia etici che morali. Sono decenni che sento parlare di riforme a “costo zero”. Non ci credo. Le risorse economiche in un periodo di recessione sono certamente limitate e non è pensabile di fare sprechi oppure di avere accesso a risorse illimitate. Però è certo che i Paesi europei – anche quelli con crisi debitorie e finanziarie pari o superiori alle nostre – hanno scelto di puntare su scelte prioritarie in tema di istruzione, progresso e ricerca. Per cui è inconcepibile assistere a dei “tagli” orizzontali in ogni settore che, apparentemente equanimi, impediscono, di fatto, l’individuazione delle priorità della Nazione in un’ottica di seria responsabilità politica e di governo. Per cui oltre alla politica economica-finanziaria nazionale è da rilevare un’analoga linea anche all’interno del Ministero della Giustizia. Anche qui, supinamente rispetto alle direttive del MEF, non si è ritenuto di avvalersi della possibilità di regolamentare i tagli e gli investimenti con responsabilità amministrativa e autonomia di organizzazione. Risulta chiaro a qualunque abitante del Mondo Giustizia che una seria rimodulazione geografica delle sedi giudiziarie secondo criteri della scienza dell’amministrazione, una rinuncia netta alle consulenze esterne (costose e poco trasparenti) per rivolgersi e valorizzare (risparmiando) alle professionalità interne pur presenti e sottoutilizzate, un conferimento di incarichi dirigenziali esterni che fosse strettamente fisiologico, un controllo di gestione che fosse non solo formale, insomma che tutti questi ed altri atti di coraggiosa e responsabile direzione politico-amministrativa avrebbero potuto fruttare numerose risorse aggiuntive da destinare al risanamento dell’amministrazione giudiziaria.
In primo luogo, a mio avviso, anche per essermelo sentito ripetere infinite volte ai Corsi di Aggiornamento che da oltre vent’anni frequento, un aspetto fondamentale nella logica del cambiamento sta nella Formazione Continua. Così come in uno Stato l’istruzione è il bene primario su cui occorre investire (non spendere a fondo perduto, sottolineo, investire) altrettanto fondamentale deve essere l’impegno per riorganizzare lo sviluppo di un’attività primaria come quella giurisdizionale. Non è pensabile di rimodulare l’azione magistratuale in senso stretto senza che vi sia un supporto valido e sinergico di un personale motivato e preparato. Per cui, anche alla luce di quanto sin’ora passato sotto i miei occhi e al di là delle mere dichiarazioni di intenti, non ho mai sperimentato da Governi succedutisi nel tempo una reale volontà di affrontare in modo globale tale problematica. In particolare, anche nel nostro Ministero, l’unico Dipartimento che non ha ancora – allo stato – provveduto alla riqualificazione dei dipendenti è proprio quello dell’Organizzazione Giudiziaria. Il personale amministrativo è sempre più scarso quantitativamente, l’età media si alza sempre più (ciò è inversamente proporzionale alla capacità di innovazione), il coinvolgimento del valore umano come risorsa anziché come problema si allontana sempre più da un orizzonte fisiologico della buona amministrazione. L’informatizzazione dei servizi, la digitalizzazione dei registri, la dematerializzazione del cartaceo sono nodi gordiani se non vengono preceduti e accompagnati dallo strumento fondamentale della leva formativa (non solo dell’addestramento tecnico) ma intesa in quel valore più alto che è quello del salto culturale e di consapevolezza che solo può rendere efficaci e non defatiganti questi importanti investimenti. Se chi riceve un email continua a stamparla e a farla girare, per banalizzare una procedura, quale risparmio ne viene al modus operandi dell’amministrazione? Ancora la mancata attuazione del D.L.vo 240/06 sui ruoli manageriali della Dirigenza amministrativa (largamente lacunoso), la mancata attuazione dei Centri di Spesa Regionali con conseguente autonomia finanziaria e gestionale costituiscono un vulnus alla modernizzazione e alla velocizzazione dell’attività tecnico-amministrativa in senso stretto. La presenza al Ministero della Giustizia di un numero spropositato di Magistrati fuori ruolo impiegati come Dirigenti Generali anche in settori che nulla hanno a che fare con le competenze specifiche della magistratura costituiscono, a mio avviso, un doppio danno: da un lato privano gli Uffici Giudiziari di un apporto significativo di professionalità che sono state reclutate per un compito specifico e, direi, sacrale e dall’altro – oltre a frustrare le legittime aspettative della Dirigenza reclutata e formata dal Ministero – non appaiono essere né formati, né sottoposti ad aggiornamenti specifici né tantomeno valutati ai sensi della Legge 165/2001 essendo essi ancora sottoposti al doppio regime del T.U. 57 n. 3 per la parte burocratica e alla normativa del CSM per quanto attiene a carriera, valutazione e disciplina. Qual è dunque la ratio di tale incongrua anomalia ? Orbene io credo che si debba ciascuno di noi operatori del diritto recuperare la dignità del proprio ruolo; io certamente non dimentico, anzi è per me motivo di vanto, di ricoprire la posizione servente rispetto all’attività preminente della magistratura. Io spesso mi autodefinisco un Servitore dei servitori dello Stato. Ma, per mera analogia, così come non si richiede a un primario chirurgo ospedaliero di occuparsi dei turni infermieristici non vedo scandalo nel rivendicare che ognuno faccia il proprio mestiere, con rispetto delle competenze altrui, ma saggiamente incorporandosi in disegno unitario e complessivo senza inutili commistioni.
Da ultimo penso – in un quadro di respiro europeo – a quanto viene dibattuto sin dal 1984 dove al congresso di St.Cast dell’EUR (Unione Europea dei Funzionari Giudiziari) fu presentato uno Studio comparato sullo stato giuridico e i compiti del Rechtspfleger/greffier. Una sinossi che riguardava i sistemi giudiziari di sette Stati membri dell’EUR. Da ultimo il 2 febbraio di quest’anno è stato consegnato al Ministro della Giustizia francese Michel Mercier un “Libro Verde per un cancelliere europeo”. Il Ministro francese ha preso l’impegno di farsi portatore di questa iniziativa nelle sedi comunitarie al fine di armonizzare una legislazione che possa delegare ai funzionari dotati di specifiche professionalità e/o appositamente formati alcune attività giurisdizionali marginali con finalità deflattive in campo processuale.
In conclusione mi aspetto da queste e da altre occasioni di dibattito costruttivo e senza pregiudiziali politiche o corporative ma, anzi, con il contributo di tutti, ivi compresa la società civile, che si possa pervenire alla costruzione, o meglio, alla ricostruzione di un patto sociale forte fra i poteri dello Stato e i cittadini, che conduca a quel progresso civile, culturale, etico e morale che solo potrà costituire un’Europa veramente democratica e condivisa.
 

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