Cerco parole che esprimono una comunicazione non istituzionale, ma umana. Le parole possono contenere realtà che non si ambisca ad ascoltare né seguire poiché scomode e fastidiose, ma vivono una realtà fredda costruita da cantieri vuoti di manodopera. Noi familiari, portatori di condizione di sofferenza mentale siamo come quelle grandi opere considerate cattedrali del deserto, inariditi da ogni prospetto di vita, rinchiusi da una fortificata sofferenza che spegne e degrada. Viviamo tra sbarre di ferro in una cella costruita dall’incapacità della politica di dare progettualità e da una amministrazione distratta da altri interessi e di azioni che possano dare dignità, serenità e soprattutto nel mettere in atto quei diritti sanciti dalla legge che cozzano con una mutata realtà creata per portare disordine nella vita di chi vive le condizione di sofferenza mentale. I nostri cari sono marchiati a fuoco da uno stinga che spaventa una società incapace di cogliere opportunità e consapevolezza poiché priva di ogni comunicazione e informazione corrispondente. Siamo come quelle banderuole al vento fatte girare per compiacimento non per apprendimento. Eppure noi famigliari siamo portatori d’interesse, abbiamo quella capacità di progettazione che esprime il nostro vissuto e sulle necessità vive dei nostri cari. Necessità purtroppo stagnanti, affogati da percorsi riorgazizzativi sconnessi tra i vari organismi, dai contentini valutari che vengono da abusivi decreti ponti che si proiettano da anni in un contesto strutturale di piccoli manicomi bianchi in cui la vivibilità è deprimente se si considera inoltre che da circa venticinque anni non si operano riqualificazione nei contesti abitativi residenziali delle persone con condizione di sofferenza mentale e da una mancanza di riabilitazione individuale della persona, la quale vive in questa reclusione forzata solo per ingerire terapie farmacologiche e pasti quando bastano per tutti, con un’organizzazione operante non qualificata nel corso degli anni alleggerita da unità operative e non corrispondente alle necessità dell’ospiti, soprattutto da una diagnosi che dopo la rivalutazione avvenuta nei primi mesi nel 2014 dall’Unità di Valutazione Multidimensionale ha cresciuto dubbi, confusione e inquietudini nelle famiglie. Siamo altresì ghettizzati da un blocco dei ricoveri che ci induce a delle scelte innaturali cioè o tenerci in casa un nostro caro con una diagnosi di sofferenza mentale, o dopo un Trattamento Sanitario Obbligatorio fallo ricoverare in altre regioni, quando nel nostro ambiente città metropolitana vi sono tredici strutture residenziali psichiatriche riconosciute dal Dipartimento della Salute Mentale e dall’ASP provinciale in grado di accogliere il bisogno. Strutture che percepiscono se pur considerate ibride contributi dalla Sanità calabrese. Non chiediamo e vogliamo strutture parcheggi, che posizionano in quei luoghi con il proprio trailer le persone con condizione di sofferenza mentale per distaccarli dalla famiglia e dalla società perché considerati “matti” abbassando la saracinesca creando un vuoto intorno a loro. Vogliamo che quei luoghi siano luoghi di transito dove la persona con condizione di sofferenza mentale che entri in quei luoghi solo per riappropriarsi della sua vita attraverso un piano riabilitativo individuale che propone proprio in quei luoghi l’accettazione della condizione vissuta e la consapevolezza che dopo quel percorso la persona con sofferenza mentale si riappropri della propria vita e conseguenzialmente indirizzato in un percorso lavorativo o di reinserimento lavorativo per quelli che già erano operanti nel settore. Noi viviamo in questo periodo il gioco delle scatole cinesi, mentre tenti di aprirne una, trovi l’altra e l’altra ancora, per poi accorgerti che nelle tue mani rimane un vuoto. Questo vuoto ci avvolge dal 2009 con i primi cenni di delibere a nostre opinioni deliranti o se vogliamo deridere, sosteniamo da matti, che non mette al centro l’interesse della persona con condizione di sofferenza mentale nei servizi proposti. Se fossero applicati quei servizi, si tornerebbe a quelle logiche manicomiali che con forza e determinazione abbiamo abbattuto nel tempo. Eppure noi abbiamo ottime leggi d’inclusione sociale sia a livello italiano sia europeo, basterebbe solo applicarle. Basaglia ci ha fatto vedere frammenti di vita scheggiate, deviati da una traiettoria lineare fuori da ogni logica standardizzata, situazioni complesse che nessuno avrebbe scommesso neanche un centesimo eppure abbiamo conosciuto un risveglio di quelle schegge un qualcosa che non ti aspetti perché il tuo pensiero è chiuso da preconcetti prodotti a tormentone come quella canzone che ci accompagnano in estate e non puoi fare a meno di cantarla e ripeti e ripeti fino alla nausea. I tormentoni sono come delle sirene che devono essere vinte, lo fece Ulisse perché noi no. Come uscirne da una situazione stagnante che ci logora se non con un cambio dirotta consistente prima di ogni altra cosa nel coinvolgimento di più parti della società non più con allontanamenti ma uniti nelle condivisioni di energie e del sapere. Questo non solo per allontanare la mancanza di risorse economiche ma per generare opportunità e attraverso di una rete sociale di mutuo scambio ricollegare l’azione riabilitativa non solo al personale tecnico e confinata nei luoghi istituzionali bensì alla società associativa, culturale, sportiva, come motivo di riflessione condivisa. Senza questo supporto si rischia di riaprire spazi scivolosi verso cammini manicomiali soprattutto quando la necessità supera ogni logica dettata dalla sofferenza collettiva dall'ansia e dalla paura. Ecco perché il coinvolgimento di più parti della società può offrire risposte valutate e utili alla persona sofferente e alla sua famiglia. Non delegare ma essere coinvolti. I servizi di salute mentale non devono essere un attaccapanni, ma una risposta immediata per accedere a una vita serena. Le risposte devono essere percorsi aperti, fondati sulla qualità e la potenzialità di tutte le persone con condizione di sofferenza mentale per evitare lo stinga che genera paure e costruzioni di muri.
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