Tra blasone e realtà: la Reggina chiude un’altra stagione senza risposte definitive
Ci sono stagioni che finiscono in classifica. E poi ci sono stagioni che lasciano un segno più profondo, difficile da archiviare con un numero o una posizione. Questo, per la Reggina, è uno di quei casi.
La chiusura al terzo posto con 66 punti, a tre lunghezze dal Savoia, racconta solo una parte della storia. Una storia che, se allargata agli ultimi tre anni, assume i contorni di un percorso complicato, spesso più raccontato che realmente costruito sul campo. Non è una questione di un singolo episodio, ma di una sensazione che si è trascinata nel tempo: quella di una squadra che raramente è riuscita a esprimere continuità, identità, appartenenza.
Eppure, chi arriva al Granillo lo sa. Lo percepisce. Giocare lì non è come giocare altrove. È uno stadio che porta con sé il peso e l’orgoglio di anni importanti, di categorie che oggi sembrano lontane ma che continuano a vivere nella memoria collettiva. Ed è proprio questo il punto: la maglia amaranto non è mai stata una maglia qualsiasi.
In questi tre anni, però, qualcosa si è spezzato. Non tutto, ma abbastanza da creare una distanza evidente tra ciò che la Reggina rappresenta e ciò che si è visto in campo. Le difficoltà esistono, fanno parte del calcio, e nessuno pretende di ignorarle. Ma esiste anche un limite sotto il quale non si può andare, ed è quello dell’atteggiamento.
Senza entrare in giudizi personali, perché non è questo il senso, resta però una considerazione semplice: quando emergono problemi, esistono sempre strade per affrontarli. Si può parlare, si può denunciare, si può anche scegliere di andare via. Quello che diventa più difficile da accettare è quando le risposte arrivano solo a intermittenza, quando le prestazioni sembrano dipendere più dalla volontà del momento che dal valore della maglia che si indossa.
Lo striscione degli ultras, apparso a fine stagione, è stato un segnale forte. Ma sarebbe riduttivo pensare che la responsabilità sia da una sola parte. Nel calcio, come nella vita, le situazioni complesse raramente hanno un unico colpevole. Dirigenti, calciatori: ogni elemento ha contribuito, nel bene e nel male, a costruire un clima che settimana dopo settimana è diventato sempre più teso.
Anche le parole, in questo senso, hanno avuto un peso. Dichiarazioni fuori luogo, uscite poco lucide, hanno spesso alimentato polemiche anziché spegnerle. E quando manca equilibrio fuori dal campo, diventa ancora più difficile trovarlo dentro.
Ora si apre il quarto anno consecutivo in Serie D. E forse è proprio questo il momento più delicato. Perché continuare ad aggrapparsi a speranze esterne, a incastri, a eventuali passi falsi di altri, rischia di distogliere l’attenzione da ciò che conta davvero: costruire qualcosa di solido, credibile, all’altezza della storia che si rappresenta.
Da Via delle Industrie non arrivano ancora segnali ufficiali, ma le voci si rincorrono e, questa volta, sembrano avere un peso diverso. La Reggina resta un nome che attira, che interessa, che non passa inosservato. Ed è proprio per questo che non può permettersi di restare ferma, sospesa, quasi ostaggio di una situazione che si trascina da troppo tempo.
Forse è arrivato il momento più semplice e allo stesso tempo più difficile: dire le cose come stanno. Senza filtri, senza posizioni preconfezionate. Perché una verità assoluta probabilmente non esiste, ma esistono i fatti. E i fatti raccontano che, negli ultimi tre anni, si poteva fare di più. Tutti.
La Reggina, però, resta. Resta la sua storia, resta la sua gente, resta quella fede amaranto che non conosce categorie. Ed è da lì che, come sempre, bisogna ripartire. Non dalle parole, ma dai fatti. Sempre.
Giorgia Rieto