Summer Peace University, a Belvedere Marittimo 40 giovani da tutto il mondo per costruire la pace

Autore Redazione Web | ven, 23 ott 2026 09:00 | Summer-Peace-University Giovani Pace Belvedere-Marittimo

Si è conclusa la SPU26, promossa da IsCaPI con il Comune e una rete internazionale di università e istituzioni


Per due settimane, in un piccolo centro della costa tirrenica calabrese, le grandi questioni del nostro tempo hanno trovato una dimensione profondamente umana. Le tensioni geopolitiche, le trasformazioni tecnologiche, le disuguaglianze economiche, le sfide ambientali e le difficoltà della convivenza tra popoli hanno cessato di essere soltanto argomenti di studio per diventare materia di confronto tra persone con storie, appartenenze e visioni differenti. Quaranta giovani provenienti da diversi Paesi hanno condiviso conoscenze, interrogativi, esperienze e quotidianità, dando vita a quella comunità internazionale che rappresenta il significato più autentico della Summer Peace University.

Si è conclusa il 16 ottobre a Belvedere Marittimo la SPU26, l’edizione 2026 della Summer Peace University, che dal 2009 porta in Calabria giovani da tutto il mondo e che da tre edizioni ha in questa città la sua sede. Promossa dall’Istituto Calabrese di Politiche Internazionali (IsCaPI), presieduto da Salvatore La Porta, insieme al Comune di Belvedere Marittimo e a una rete internazionale di Università e Istituzioni culturali, la SPU26 ha proposto un percorso di alta formazione che, sotto il tema «L’umanità a un bivio: educazione e leadership per una civiltà sostenibile», ha affrontato alcune delle contraddizioni più profonde della contemporaneità, ponendo al centro una questione destinata a segnare il nostro futuro: quale responsabilità siamo disposti ad assumerci per rendere possibile una convivenza fondata sulla dignità delle persone, sul rispetto delle identità e sulla cooperazione tra le nazioni?

Il metodo della SPU si chiama Learning by Living, imparare vivendo, e sotto il coordinamento scientifico del prof. Pavel Malyzhenkov, con il prof. Taha Mattar, della Galala University, coordinatore per l’Africa e il Medio Oriente, ha dato forma a un percorso nel quale conoscenza e responsabilità si sono continuamente intrecciate, superando i confini della formazione tradizionale per trasformare quanto appreso in esperienza concreta. Le lezioni, il confronto diretto con i docenti e le attività condivise hanno così alimentato un processo di apprendimento che ha trovato continuità nella vita quotidiana, nelle relazioni tra i partecipanti e nel dialogo con il territorio.

A dare sostanza a questo cammino sono state discipline che, prese separatamente, sembrano parlare lingue diverse, ma che nel confronto hanno mostrato quanto siano legate le grandi questioni del presente: il prof. Spartaco Pupo, dell’Università della Calabria, ha accompagnato gli studenti nella comprensione delle logiche del potere e dei dilemmi dell’ordine internazionale, mentre il prof. Ahmed Elshazly, della Heliopolis University, ha richiamato l’attenzione sul rapporto tra sicurezza delle comunità, ambiente e risorse condivise. Il prof. Amedeo Argentiero, dell’Università di Salerno, ha ampliato lo sguardo alla multipolarità e alle strategie dell’Indo-Pacifico, mentre la prof.ssa Radwa Ibrahim Ali Hassan Ali, della Galala University, ha affrontato l’integrità dell’informazione e la sicurezza cognitiva, facendo emergere come un conflitto possa essere alimentato non soltanto dagli interessi materiali, ma anche dalle percezioni, dalle narrazioni e dalla difficoltà di riconoscere la realtà dell’altro.

Il confronto si è spostato poi su ciò che rende possibile una cooperazione duratura, dal legame tra responsabilità sociale, partecipazione e istituzioni, approfondito dalla prof.ssa Shadwa Esmat della Galala University, alle opportunità della cooperazione Sud-Sud e dei rapporti tra economie emergenti, affrontate da Ana Moran dell’I.B.A. Uruguay. A queste prospettive si è unito il contributo del prof. Przemysław Pawlak, che ha accompagnato il passaggio dalle idee alla progettazione, ricordando come anche l’intuizione più generosa abbia bisogno di obiettivi, risorse e strumenti per diventare utile, e come la cooperazione possa così smettere di essere un principio astratto per prendere la forma di scelte da discutere, relazioni da costruire e iniziative da rendere possibili.

Ma non tutto può essere compreso attraverso la politica e l’economia, come ha mostrato il workshop «Art as a Universal Language», nel quale il prof. Domenico Michele Surace, dell’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, ha proposto il principio della Concordia discors, l’armonia degli opposti, per esprimere la possibilità di cercare un’intesa senza chiedere alle differenze di sparire, mentre la prof.ssa Mariacarmela Passarelli, dell’Università della Calabria, ha collegato il patrimonio culturale all’identità dei territori e all’innovazione. Ne è nata una riflessione vicina alla vita stessa dei partecipanti, perché rispettarsi non significa rinunciare alla propria storia, ma imparare a farla dialogare con quella degli altri.

Anche il futuro tecnologico è entrato in questa conversazione attraverso il contributo della prof.ssa Rania Mohamed Abdelmageed Abdelaziz, della May University in Cairo, che ha riflettuto sui valori umani nell’era dell’innovazione e guidato il Peace Lab conclusivo dedicato a narrazioni, tecnologia e governance globale, e attraverso la lezione del prof. Nicola Leone, ordinario di Informatica e già rettore dell’Università della Calabria, che ha affidato a una frase tanto semplice quanto impegnativa il senso del rapporto tra progresso e responsabilità: «The choice remains ours», la scelta resta nostra. L’intelligenza artificiale può infatti accrescere le capacità delle persone, ma non può decidere al loro posto quale uso fare di quel potere, perché anche di fronte agli strumenti più avanzati il giudizio e la responsabilità rimangono umani.

È nei Peace Lab che quella responsabilità ha assunto una forma concreta: un laboratorio di simulazione diplomatica nel quale gli studenti hanno negoziato in rappresentanza di interessi diversi dai propri. Alla fine della prima settimana, nonostante giorni di trattative, non sono riusciti a sottoscrivere un’intesa comune, perché ciascuno era rimasto troppo legato alle proprie ragioni. Sette giorni dopo, di fronte a una nuova prova, gli stessi studenti hanno raggiunto un accordo unanime, scoprendo che per difendere il proprio futuro può essere necessario riconoscere anche quello degli altri. Il fallimento iniziale e l’accordo successivo non hanno offerto una ricetta per risolvere i conflitti, ma hanno permesso ai giovani di sperimentare il peso delle proprie decisioni prima ancora di studiarne le conseguenze, trasformando la simulazione in un esercizio di comprensione reciproca.

Ogni giornata lasciava anche uno spazio alla riflessione personale attraverso i Peace Memo, nei quali gli studenti rielaboravano quanto avevano ascoltato e vissuto, mentre i docenti leggevano e commentavano i testi e le domande emerse contribuivano a preparare il confronto nei Forum, facendo dei partecipanti non soltanto destinatari delle lezioni, ma interlocutori capaci di prendere parola. Da questo lavoro è nato il White Paper della SPU26, «Cultural Geopolitics, Humanistic Technology and Spirituality: A Framework for Global Peace», disponibile in italiano e in inglese, che raccoglie i Peace Memo, tre position paper degli studenti e la Carta SPU26 sull’intelligenza artificiale, organizzando proposte e raccomandazioni intorno a geopolitica e sicurezza, diplomazia climatica, etica della tecnologia, cooperazione educativa e cittadinanza globale.

Anche il territorio partecipava a questa educazione e la città si è trasformata in un campus aperto. I laboratori di cucina, dedicati alla preparazione della pizza e della pasta insieme agli abitanti, hanno permesso di condividere gesti quotidiani prima ancora che parole, mentre al Museo del Mare il concerto «Music Choir for Peace», con la direzione artistica di Rosa Antonuccio nell’ambito del Matrioska Music Festival, ha riunito in un coro generazioni diverse della comunità locale, ricordando come esperienze di questo tipo non sostituiscano lo studio, ma aiutino a comprendere perché la convivenza non si impari soltanto sui libri.

Grazie alla collaborazione dell’UNPLI di Cosenza, della Pro Loco e dell’amministrazione comunale di San Nicola Arcella, il paesaggio è diventato a sua volta luogo di apprendimento: all’Arcomagno, Fabiana Bellina ha guidato i partecipanti in una meditazione che ha offerto un tempo di silenzio e ascolto.

L’apertura alla comunità ha trovato espressione anche nei Forum internazionali ospitati nel Palazzo dell’antica Curia, oggi Clinica Spinelli, grazie al sostegno dell’A.I.A.S. di Cetraro, presieduta dalla dott.ssa Maria Rachele Filicetti. Il confronto «Il Mediterraneo, crocevia di pace, culture e civiltà» ha riunito, alla presenza del sindaco di Belvedere Marittimo, Vincenzo Cascini, rappresentanti del mondo accademico, culturale e istituzionale, tra cui il prof. Mohamed Elshinawi, presidente della Galala University, e il prof. Abdelaziz Rhandi, ordinario e delegato alle Relazioni internazionali dell’Università di Salerno, restituendo al Mediterraneo il valore di uno spazio di dialogo e cooperazione. In questa prospettiva si sono inseriti i contributi del prof. Massimiliano Bencardino, ordinario dell’Università di Salerno, sul superamento dei pregiudizi nel racconto dei territori, e di Lorenzo Del Boca, presidente della Figec, del prof. Taha Mattar e del prof. Pietro Sacchetti, direttore dell’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, sul ruolo della cultura e degli scambi tra popoli, mentre la senatrice Tilde Minasi ha richiamato la responsabilità delle istituzioni e le opportunità di sviluppo dei piccoli centri. A questo confronto si è affiancato il corso di alta formazione per giornalisti promosso dalla Figec insieme all’Ordine dei giornalisti della Calabria, alla presenza di Del Boca e Carlo Parisi, segretario generale della Figec e direttore scientifico della Comunicazione della SPU26, di Giuseppe Soluri, presidente dell’Ordine dei giornalisti della Calabria, e di Francesco Caroprese, vicepresidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti. Entrambi i momenti sono stati coordinati da Fabrizia Arcuri, responsabile della Comunicazione e delle Pubbliche Relazioni della Summer Peace University.

L’esperienza della SPU26 proseguirà nelle comunità di provenienza degli studenti attraverso i ventiquattro Local Peace Projects, da realizzare nei prossimi dodici mesi secondo il Project Management Cycle approfondito durante il programma, dall’individuazione dei bisogni alla pianificazione, dalla ricerca delle risorse all’attuazione e alla valutazione dei risultati. Le università partner accompagneranno i partecipanti in questo percorso, sostenuto anche dalla piattaforma digitale della SPU, che continuerà a collegare studenti e docenti e a raccogliere materiali, riflessioni e sviluppi dei progetti.

La consegna degli attestati sulla terrazza del Castello, davanti alla torre aragonese, ha così segnato la conclusione delle giornate a Belvedere Marittimo, affidando alle iniziative dei giovani il compito di dare continuità e concretezza all’esperienza vissuta.

Il programma gode dei patrocini dell’Ufficio in Italia del Parlamento europeo, della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, della Regione Calabria, del Consiglio regionale della Calabria, della Figec, di Giornalisti Italia e dell’Associazione Giornaliste Italiane. Un sostegno importante, che tuttavia non esaurisce il valore di queste due settimane, affidato soprattutto alla possibilità che le relazioni costruite continuino a produrre occasioni di conoscenza e collaborazione.
Salvatore La Porta lo ha espresso con parole che guardano oltre la chiusura del programma: «La vera prova della Summer Peace University comincia adesso, quando le lezioni sono finite e ciascuno torna alla propria realtà», perché è proprio lì che la conoscenza dovrà incontrare le difficoltà concrete, la fatica della collaborazione e le scelte che non appartengono più a un gioco di simulazione.

A Belvedere Marittimo nessuno ha trovato una formula capace di mettere fine ai conflitti del mondo, ma i giovani hanno sperimentato qualcosa di meno spettacolare e forse più duraturo: una decisione può cambiare quando ci si accorge che il futuro dell’altro non è separato dal proprio e, tra un accordo mancato e uno finalmente raggiunto, può aprirsi uno spazio di comprensione che nessuna lezione, da sola, avrebbe potuto creare.


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