Basta uno smartphone, un gesto, il tasto “REC”. E in pochi secondi una scena privata diventa una storia pubblica, pronta a essere condivisa, commentata e giudicata.
È quello che è accaduto a Reggio Calabria, nei pressi di Piazza Garibaldi, dove un video ha ripreso un acceso alterco che coinvolge un dipendente ATAM e altre persone. Le immagini mostrano tensione, gesti e un confronto concitato. Ma mostrano soltanto una parte della vicenda: quella iniziata quando la telecamera era già accesa.
La vicenda ha prodotto migliaia di commenti sui social. Alcuni dei quali a favore dell'autista, altri che prendono le difese delle altre due persone coinvolte. Tra i tanti post pubblicati c'è quello di don Francesco Cuzzocrea, parroco di S. Maria del Buon Consiglio a Reggio Calabria, che prova a fare un po' d'ordine e che pubblichiamo integralmente:
"PRIMA DEL VIDEO
Qualcuno prende uno smartphone e preme “REC”. Da quel momento abbiamo delle immagini. Vediamo un dipendente ATAM di Reggio Calabria coinvolto in un acceso confronto nei pressi di Piazza Garibaldi. Vediamo altre persone. Vediamo gesti, tensione, passanti che intervengono.
Il video finisce sui social. E nel giro di poche ore accade qualcosa a cui ormai siamo abituati: non abbiamo più soltanto un video. Abbiamo già una sentenza. Il problema è che il video comincia in un punto preciso. La storia, probabilmente, era cominciata prima. Non sappiamo ancora con certezza che cosa abbia originato l'alterco né quale sia stata l'intera successione dei fatti. Ed è importante dirlo, perché nelle ore successive sono arrivate letture molto diverse della stessa vicenda.
ATAM ha preso immediatamente le distanze da quanto appare nelle immagini, definendo quei comportamenti incompatibili con i valori di correttezza, rispetto e responsabilità richiesti a chi svolge un servizio pubblico. Contemporaneamente ha avviato gli accertamenti interni, precisando che eventuali provvedimenti saranno adottati qualora emergano responsabilità.
Poi è intervenuta la FIT-CISL. E ha usato parole differenti: ha espresso solidarietà al dipendente, parlando di un lavoratore “aggredito e costretto a difendersi”, chiedendo maggiore sicurezza per autisti e passeggeri.
Infine Salvatore D'Amico dei Falchi dello Stretto ha ricordato che per dodici anni la loro associazione ha collaborato con ATAM anche nella prevenzione e nella gestione delle situazioni difficili sui mezzi e nelle strutture aziendali. Una collaborazione terminata lo scorso 29 giugno. D'Amico sostiene che quella presenza rappresentasse anche un deterrente e chiede che si torni a parlare seriamente di sicurezza.
Tre posizioni. E una dinamica che deve ancora essere completamente accertata. Per questo non voglio stabilire da un video se quell'autista sia colpevole o innocente. E non voglio attribuire automaticamente responsabilità neppure alle altre persone coinvolte. Gli accertamenti servono precisamente a questo.
Ma forse questa vicenda ci offre l'occasione per porci qualche domanda che rimarrà valida qualunque cosa emerga. Quanto è facile giudicare un uomo conoscendo gli ultimi trenta secondi e ignorando i trenta minuti precedenti? Naturalmente il contesto non giustifica tutto. Se un lavoratore ha sbagliato, dovrà risponderne. E chi indossa una divisa o rappresenta un servizio pubblico ha una responsabilità particolare nel modo in cui affronta anche le situazioni difficili.
Ma vale anche il contrario: vedere una reazione non significa automaticamente conoscere ciò che l'ha provocata. E c'è un'altra questione che non dovrebbe andare perduta dentro la polemica. Un autista dovrebbe guidare un autobus. Non dovrebbe essere contemporaneamente autista, controllore, mediatore, addetto alla sicurezza e persona lasciata sola a gestire qualsiasi situazione di tensione possa verificarsi durante il servizio. Se un sindacato torna a chiedere maggiore sicurezza e chi per anni ha svolto attività di supporto sui mezzi racconta di aggressioni, minacce e situazioni conflittuali, allora forse, oltre alla responsabilità individuale da accertare, esiste una domanda collettiva che merita una risposta: quanto sono protetti coloro ai quali affidiamo ogni giorno il nostro trasporto pubblico?
Un autista deve rispondere delle proprie azioni. Un'azienda deve rispondere della tutela dei propri passeggeri. Ma un'azienda e una città devono interrogarsi anche sulle condizioni nelle quali chiedono ai lavoratori di svolgere un servizio pubblico. Le responsabilità non si cancellano a vicenda. Si accertano. Forse è proprio questa la cosa più difficile nell'epoca dei video virali.
Abbiamo imparato a premere “REC” molto velocemente. Dovremmo reimparare qualche volta a premere “PAUSA” prima di giudicare. Perché il video ci mostra ciò che è accaduto davanti alla telecamera. La verità, qualche volta, era cominciata prima".