La sua storia diventa però l’occasione per interrogarsi su un sistema culturale nel quale spesso si tende ad accorgersi delle persone quando mancano, quando si fermano, quando annunciano un addio
È quello che è accaduto a Pasquale Caprì, artista reggino che qualche tempo fa, attraverso un post pubblicato sui social, ha annunciato la decisione di abbandonare, almeno per il momento, il mondo dello spettacolo a causa di un problema alla voce. Una scelta certamente non semplice per chi ha costruito proprio sulla voce una parte importante del proprio percorso artistico.
Un problema che, nel corso degli anni, ha costretto a fermarsi anche diversi cantanti e professionisti, dai nomi più conosciuti a quelli che lavorano lontano dai grandi riflettori. Per chi della voce fa il proprio strumento di lavoro, però, uno stop di questo tipo non è mai soltanto professionale. È uno shock, perché significa mettere in pausa qualcosa che appartiene profondamente alla propria identità.
E proprio la vicenda di Caprì apre una riflessione che va oltre il singolo caso.
Perché è curioso, e forse anche un po’ amaro, constatare come un artista possa riuscire a far parlare di sé, a suscitare attenzione e vicinanza, soprattutto nel momento in cui annuncia di voler fare un passo indietro. Quasi come se, talvolta, fosse necessario defilarsi per rendere evidente quanto sia importante la propria presenza.
Non è una polemica. È una riflessione sul rapporto tra una città e i suoi talenti.
Reggio Calabria ha prodotto e continua a produrre artisti, musicisti, attori, professionisti dello spettacolo e persone capaci di portare il nome della propria terra oltre i confini regionali. Eppure, non sempre sembra esserci la stessa attenzione nei confronti di chi quei talenti li esprime proprio nella propria città.
Nel caso di Pasquale Caprì, viene spontaneo porsi anche una domanda: come mai, nel corso della sua carriera, a un artista del suo calibro non è mai stato conferito il San Giorgio d’Oro?
Non perché un premio possa stabilire il valore di un artista. Il talento non si misura con una targa, una medaglia o una cerimonia. Ma il riconoscimento pubblico rappresenta comunque uno dei tanti strumenti attraverso cui una comunità può dire a una persona: ti vediamo, sappiamo quello che hai fatto, riconosciamo il valore che hai portato alla nostra città.
E allora il tema diventa più ampio.
Quante volte abbiamo assistito al fenomeno del “nemo propheta in patria”, con artisti apprezzati, cercati e valorizzati altrove molto più di quanto non accada nella propria terra?
È una dinamica che non riguarda soltanto Caprì. La sua storia diventa però l’occasione per interrogarsi su un sistema culturale nel quale spesso si tende ad accorgersi delle persone quando mancano, quando si fermano, quando annunciano un addio o quando qualcosa le costringe a fare un passo indietro.
Ma un artista non dovrebbe avere bisogno di fermarsi per essere ascoltato.
Dovrebbe bastare il talento.
Dovrebbero bastare gli anni di lavoro, le serate, i palchi, i progetti, la capacità di regalare emozioni e di rappresentare una comunità. Dovrebbe bastare ciò che una persona ha costruito nel tempo.
La vicenda di Pasquale Caprì, dunque, può diventare anche un'occasione per guardare con occhi diversi agli artisti reggini. Non soltanto quando sono lontani, quando vengono chiamati altrove o quando raggiungono risultati fuori dalla Calabria, ma soprattutto quando sono qui, quando lavorano, quando continuano a credere nella propria città.
Perché una città che vuole davvero valorizzare la propria identità deve imparare a riconoscere i propri talenti prima che siano costretti a uscire di scena, anche solo temporaneamente.
E forse il messaggio più importante che arriva dalla storia di Caprì è proprio questo: uno stop può far parlare di un artista, ma non è lo stop a renderlo grande.
È il talento che dovrebbe farlo.