Tra precarietà, lavoro povero e diritto a restare: la voce di una giovane professionista interpella la politica locale
Alla vigilia delle elezioni amministrative, mentre il dibattito politico si accende tra programmi e promesse, emerge una voce che si distingue per lucidità, profondità e senso civico. È quella di una giovane donna reggina che, attraverso una lettera aperta indirizzata ai candidati alla carica di Sindaco di Reggio Calabria, mette nero su bianco le criticità strutturali di un territorio che fatica a offrire prospettive concrete alle nuove generazioni.
Non un attacco politico, ma un atto di responsabilità e appartenenza: un richiamo diretto alla realtà quotidiana vissuta da tanti giovani, tra precarietà, lavoro povero e il peso di dover scegliere se restare o partire. Una riflessione che tocca temi centrali come dignità del lavoro, meritocrazia e diritto a costruire il proprio futuro nella propria terra.
Di seguito, il testo integrale della lettera.
La presente non muove da intenti polemici né da adesioni di parte, ma si propone quale contributo civile al dibattito pubblico, nella consapevolezza che la funzione politica, specie in sede locale, trovi la propria legittimazione più autentica nell’ascolto delle istanze reali della collettività amministrata.
Scrivo quale cittadina, quale giovane professionista e, prima ancora, quale figlia di questa terra.
Ho trentaquattro anni, sono nata e cresciuta a Reggio Calabria, e appartengo a quella generazione che ha interiorizzato, quasi come dato strutturale, l’idea che nel Mezzogiorno il sacrificio non costituisca eccezione, bensì ordinaria condizione dell’esistenza.
La mia vicenda personale si inscrive, senza tratti di eccezionalità, in una narrazione collettiva.
Una madre che ha deliberatamente scelto di restare, rinunciando a percorsi professionali più lineari e garantiti, sostenendo il costo di una precarietà protratta nel tempo; un padre che ha tentato l’iniziativa economica privata in un contesto strutturalmente fragile, sperimentando i limiti di un sistema che troppo spesso non accompagna, né protegge, chi intraprende.
In tale contesto, l’investimento familiare si è concentrato su un’unica direttrice ritenuta realmente emancipatoria: lo studio.
Formazione conseguita qui, nella nostra città, attraverso sacrifici economici significativi, nella convinzione — condivisa da molti — che il sapere potesse rappresentare non soltanto strumento di crescita individuale, ma anche leva di restituzione al territorio.
E tuttavia, proprio tale aspettativa risulta oggi profondamente incrinata.
Restare a Reggio Calabria è divenuto, nei fatti, un percorso ad ostacoli.
Il mercato del lavoro locale, specie nel settore privato, presenta connotati che pongono seri interrogativi sotto il profilo della dignità e della tutela del lavoratore: retribuzioni spesso non proporzionate all’impegno richiesto, rapporti contrattuali instabili o meramente formali, contribuzione incerta, diritti compressi.
È dunque necessario operare una precisazione, tanto semplice quanto essenziale: non è in atto una crisi della disponibilità al lavoro da parte delle giovani generazioni, bensì un rifiuto sempre più consapevole di condizioni lavorative che si risolvono in forme di sfruttamento.
Nel corso dell’attuale campagna elettorale, si susseguono programmi, dichiarazioni di intenti, prospettive di sviluppo.
Tutto ciò è fisiologico.
Ma prima ancora dell’elaborazione programmatica, la politica è chiamata a un esercizio più complesso e meno visibile: quello del riconoscimento della realtà.
Una realtà che non si esaurisce nella dimensione episodica delle piazze o nella vitalità apparente dei momenti aggregativi, ma che si compone, quotidianamente, di criticità diffuse: famiglie in difficoltà economica, giovani costretti a rinviare progetti di vita, lavoratori poveri, professionisti qualificati privi di adeguate opportunità, nuclei familiari che chiedono servizi essenziali dignitosi e accessibili.
Questa è la città che non trova adeguata rappresentazione.
Questa è la città che domanda, con urgenza, di essere vista.
Ai candidati alla guida dell’amministrazione comunale non si intendono rivolgere richieste di natura meramente programmatica, né sollecitazioni di tipo promissorio.
Si richiede, piuttosto, un’assunzione piena di responsabilità istituzionale.
Governare una città implica la capacità di incidere sulle condizioni materiali di vita dei cittadini: presidiare i luoghi del lavoro, instaurare un dialogo effettivo con il tessuto imprenditoriale, promuovere e garantire il rispetto delle condizioni occupazionali, contrastare con determinazione il lavoro nero e il lavoro povero, creare presupposti concreti di sviluppo.
Non appaiono più sufficienti misure temporanee, interventi frammentari o politiche occupazionali fondate su strumenti transitori.
Ciò che si rivendica è lavoro stabile, dignitoso, fondato sul merito.
Si rivendica l’accesso a procedure selettive trasparenti, effettive, non meramente formali.
Si rivendica, in ultima analisi, il diritto a non essere costretti a lasciare il proprio luogo di origine per poter condurre un’esistenza libera e dignitosa.
La cosiddetta “questione meridionale” si declina oggi, con particolare evidenza, nel diritto di restare.
Restare non quale scelta eroica o sacrificio identitario, ma quale opzione ordinaria, concretamente praticabile.
Le campagne elettorali sono, per loro natura, destinate a esaurirsi.
Con esse, l’attenzione mediatica, la mobilitazione pubblica, la dimensione simbolica del consenso.
Ciò che permane è la quotidianità dei cittadini.
Ed è in tale dimensione che si misura, in modo autentico, la qualità dell’azione politica.
Non si richiede una presenza limitata al tempo elettorale, ma una continuità di interlocuzione, ascolto e verifica.
Amministrare non significa rappresentare una narrazione, ma farsi carico di una realtà complessa, assumendone il peso e la responsabilità del cambiamento.
Con rispetto istituzionale, ma con la determinazione di chi vive quotidianamente questa condizione,
Una giovane donna di Reggio Calabria che continua a ritenere che questa terra meriti, finalmente, una prospettiva diversa.
Melania Russo